Il grissino stirato torinese è il prodotto che per antonomasia identifica la panificazione Torinese da tutto il resto del mondo.

Personalmente me ne sono reso conto in questi ultimi tempi nei quali la Città di Torino è al centro dell’attenzione internazionale per via della promozione turistica e quindi anche eno-gastronomica

In vista delle Olimpiadi 2006 ho ricevuto ed ho operato per diverse delegazioni estere che appositamente hanno chiesto di poter vedere il modo di produzione del grissino stirato torinese.

Da parte di tutti ho potuto recepire uno stupore ed un’attenzione affascinata nel vedere estendere quel filo di pastalungo poco più di un metro.

Il grissino stirato torinese per le caratteristiche proprie di resa e la particolare tecnica di produzione è un prodotto tipico dei panifici artigianali, che nulla ha a che fare con i prodotti industriali che si trovano normalmente in commercio.

La tradizione vuole, con l’aiuto della leggenda, anche un inventore seicentesco: messer Antonio Brunero, maestro fornaio in Torino, nel 1769.

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Egli fu contattato dal Dottor Pecchio, Medico di Corte, su richiesta di Madama Reale Giovanna di Nemours, reggente per il figlio; il giovane Vittorio Amedeo II soffriva di una indisposizione gastrica e su consiglio del Dottor Pecchio medico di Corte al maestro Brunero fu chiesto di selezionare un tipo di pane con un bassissimo contenuto di umidità, ed un elevato contenuto proteico, così da favorire la digestione del giovane Sovrano. Il progetto ebbe successo e permise ad Amedeo II di risolvere il suo problema di assimilazione e di crescita.

Infatti il grissino è un prodotto con un elevato potere nutrizionale, dovuto all’elevata concentrazione proteica in seguito alla disidratazione in fase di cottura per via della forma così fine.

Un particolare della tecnica di produzione è la misura della lunghezza di questo prodotto. Normalmente si trova in vendita in pezzi non più lunghi di 50 cm, tagliato per comodità di commercio, ma all’uscita dal forno è lungo più di un metro. La regola vuole infatti che la sua lunghezza sia pari all’ampiezza di allargamento delle braccia da parte del fornaio.